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domenica 27 dicembre 2009

La nostalgia del poeta

di Giorgio Bongiorno
















Nostalgia di simboli immortali

Ricerca di colori senza memoria

Emblemi di forme irreali

Dipinte nel cielo della notte

Segni indelebili

Di lontane appartenenze

Enigmi verticali di azioni sfrenate

Orme

di assenza dell’uomo

Passi incerti

Verso l’infinito del tempo

Senza la logica consueta

Dello spazio

E i meandri intricati della mente

Di cose allineate nella magia

Dell’inconscio

Luce segreta di frammenti

Di ossa

Corpi scomposti

Dispersi nel sogno eterno della vita

Nel delirio dell’immensità

Nello spazio vuoto

Delle immagini

Scolpite nella clessidra dei secoli

Icone perenni degli antichi templi

Devote preghiere del mito invincibile

Dell’allegoria

Invisibili architetture dello spirito

Tracciate ad arte sulla tavolozza della vita

Archi e torri solitarie

impiccate

In piazze deserte abbandonate alla malinconia

E dietro i cavalli i gladiatori e

I trofei della follia

In un angolo della tela

Celate nelle spire tenui del sentimento

La superba voluta dell’aquila

La sferza della sconfitta

La languida fiamma della speranza

E l’inquietante

Superba emozione dell’anima

lunedì 21 dicembre 2009







Perle di Orione

Ancora i naviganti temono

La lucente cintura di perle

Del gigante guerriero

E inseguono nella notte

La paura della tempesta

Il dolce richiamo di Diana

L’inganno fatale di Apollo

Il mito antico della bellezza

Il furore cieco

Dell’amore

La passione disegnata nel firmamento

Che ancora rifugge

L’incedere maestoso dello Scorpione

Milioni di stelle lontane

Fiaccole di paradiso

Distese nella volta dell’universo

Fuochi distanti e solitari

Pensieri intrecciati di desideri

Anelli di immensità

Specchiati nell’acqua dell’oceano

Oggi tacciono ormai le sfide degli dei

Immobili e immortali

Restano nel cielo

Questa trapunta dorata

il mistero fiammante di tutta quella luce

la magia celeste degli astri

Il volto umano della speranza

La amena sferza della nostalgia

Il segno di qualche lacrima stupita

Lo sguardo inerme del dubbio

E il sospiro velato di una preghiera

Ricamata

Per incanto nell’alba

Di questa primavera

sabato 21 novembre 2009

Favelas










Una di quelle vite nascoste nell’inferno delle favelas

Una di quelle migliaia alla ricerca di un angolo di luce

Una di quelle formiche ingoiate da un mondo distratto

Uno di quei volti scolpiti sulla soglia di porte multicolori

Occhi grandi ed inquieti

Incollati a finestre tutte uguali

Magari quelli spalancati

Colmi di gioiosa angoscia

Di un bambino

Seminato dalla sorte di un amore improvviso

Rubato

Quasi animale

Abbandonato alla fame di ogni giorno

Senza la pietà di nessuno

In questo caleidoscopio di immagini

Sguardi fissi

Destini inventati per gioco

Vissuti giorno per giorno

Intrecciati da arcane forze primordiali

Sconosciute

Senza il conforto di un campanile

La discreta

Solenne

Solitudine di un cimitero

Senza neanche il sogno di un viale pieno di alberi verdi

Dicono che anche Dio

Grande e misericordioso

Abbia abbandonato questi piccoli vicoli

Maleolenti

Chiusi dalla vergogna

Eppure sembra che tutta questa gente stia pregando

Dietro muri spenti dal calore del tramonto

Pieni di invocazioni

In una solenne involontaria adunata

Anche le case allineate sulla collina

Strette l’una all’altra

Si inchinano a celebrare

Senza il rintocco di campane festanti

Nella miseria

Con il profumo lontano e pungente del mare

E le vele danzanti nel vento della baia

L’eterno

Immortale

Miracolo della fede

Novembre 1943










Siamo nati al fragore delle bombe

nei gelidi rifugi delle città

Madri eroiche fra le macerie

Padri vagabondi

In fuga per le campagne

Distrutti

Come le stazioni fatte a pezzi

Nella fitta nebbia di quel lontano Novembre

Non c’era stata neanche la vendemmia

Sotto i vigneti ancora carichi

Il fiume pareva dormire pigro

Nelle sue anse immobili

Arterie di limo insanguinate

Giovani arditi

Spossati dalla fatica

Piegati dagli orrori della guerra

Dall’atroce disumana tenzone della vendetta

Senza via di scampo

Sulla sabbia rovente d’Africa

O sui monti d’Appennino

Cadevano adagio

Come piante senz’acqua

Certi che anche l’inferno di quella corsa

Dovesse finire presto

Qualcuno avrebbe scritto nella storia

Questo inutile gioco di morte

Senza quegli occhi sbarrati

Dei compagni caduti sulle ginocchia

E quei lamenti difficili da dimenticare

Nell ’assurda cantilena della mitraglia

Siamo cresciuti con i mulinelli di polvere

Nel vento impietoso dell’autunno padano

Abbiamo costruito il resto della vita

Su quelle meste rovine

Stampate ancora nella mente bambina

Adesso qualche volta

Camminando fra le case colorate

Le stesse di allora

Ci assale ancora la paura di quei muri cadenti

Sentiamo quegli odori

Guardiamo intorno circospetti

Oltre il profilo mai dimenticato di quelle

Pareti

In piedi per miracolo

Di quei pilastri

Lasciati spogli

Dall’ultima granata

venerdì 11 settembre 2009

La solitudine









Tu non sei che una nube dolcissima, bianca
impigliata una notte fra i rami antichi.
(Cesare Pavese)


La solitudine
Si sente tornando a casa
la sera
Non è dove sono nato
alla casotta
Vicino alla grande ansa del fiume
Fra i pioppi alti
Al confine dei campi
Non è dove sono cresciuto
Fra i ciottoli dietro la cattedrale
Quella lunga discesa con la scuola
La chiesa i compagni di gioco dell’oratorio
Quel campo polveroso
Arena di cento ingenue sfide
Il convento il barbiere il ciclista
Amici tutti scomparsi
Non è il sontuoso palazzo
Fra quelle colonne doriche
dove ho imparato il senso della vita
Anche là una piazza ricamata da ciottoli
Non è nei lontani sentieri
Delle paludi del Danubio
Nell’irrequieto galoppo di quel vivace stallone
Assetato di libertà
O in quel castello scolpito sul lago ghiacciato
Fra i fitti boschi della Baviera
o nello scricchiolio che rompeva il solenne silenzio del disgelo
Ai primi raggi dell’alba
E nemmeno su quelle dune
Rigogliose sulla riva dell’oceano
E’ sempre altrove
Cammina senza indugio come una preghiera
Fino a giungere in cielo
Fra nubi distratte
Indifferenti al dolore di tanti commiati Di tante lacrime disegnate sul viso Dall’umidità gelida della sera
E’ sempre distante
Insieme all’angoscia inviolata
Nel forziere
Dove riposa la preziosa linfa della vita
Oltre la lontana barriera del tempo
Negli antichi cimiteri
Ossa che mi hanno sorretto
Voci ormai sepolte nel rumore sordo di Queste città vuote che non appartengono
A nessuno
Lamenti indistinti
Invocazioni
Vigne allineate
Nella nebbia delle colline d’inverno
fedeli custodi del sangue vivo della terra
Sola compagna di questo viaggio
Bisbigli di cenere
Fuochi senza respiro
Persi nel mesto velo del congedo
Nella estranea confusione di domani
Immagini che sfuggono nella calca
Insieme ai sorrisi invisibili che affollano i marciapiedi
Di una stazione senza nome
Angeli che tornano al loro santo albergo
Lampi nella implacabile tempesta dello spirito
Oasi fiorite di terrena speranza
Nel deserto dell’anima
Brucia ancora la memoria di quella lunga
Insistente carezza
E il sapore immortale di quel bacio
tenero sigillo
mai dimenticato
Prima del sogno bambino
Sovrano e signore
della notte





Ancora i naviganti temono
La lucente cintura di perle
Del gigante guerriero
E inseguono nella notte
La paura della tempesta
Il dolce richiamo di Diana
L’inganno fatale di Apollo
Il mito antico della bellezza
Il furore cieco
Dell’amore
La passione disegnata nel firmamento
Che ancora rifugge
L’incedere maestoso dello Scorpione
Milioni di stelle lontane
Fiaccole di paradiso
Distese nella volta dell’universo
Fuochi distanti e solitari
Pensieri intrecciati di desideri
Anelli di immensità
Specchiati nell’acqua dell’oceano
Oggi tacciono ormai le sfide degli dei
Immobili e immortali
Restano nel cielo
Questa trapunta dorata
il mistero fiammante di tutta quella luce
Il volto umano della speranza
Il segno di qualche lacrima stupita
E il sospiro velato di una preghiera
Ricamata nell’alba di primavera

Maschere




Non era un sontuoso teatro greco
Nemmeno il palcoscenico improvvisato
Di un’oscura compagnia di provincia
Erano secoli di storia disseminati
In qualche vecchio quadro
Smorfie di tutti i giorni
Dietro l’oro lucente della maschera
Sorrisi strappati all’indifferenza della gente
Sguardi celati come desideri inespressi
Eravamo noi
A passare ad uno ad uno
Davanti a quella strana tribuna
Vite intere ridotte all’apparizione
E alla corsa di un passante sotto la pioggia
Al giudizio estremo di un momento
Poche parole
Cantilene sillabate ed
Impresse nel copione di sempre
Qualche vago gesto d’intesa
Come fossero amici
Da lungo tempo
Un sospiro velato di nostalgia
Un flebile lamento
Forse l’eco di un rimpianto
Poi piano
Inesorabile
Senza alcuna tregua
La fine di ciascuno
Lo svanire di una fiammella
Per lasciar posto
A tutta quella folla di
Maschere meste
Menzogne
Rubate alla vita di tutti i giorni
Frammenti infuocati di passioni
Accatastati fra gli alteri
Profumati costumi dell’epoca
Brandelli di umano dolore fra filari interminabili di bianche betulle
Scavati negli occhi umidi ancora di lacrime
Briciole d’anima
Avanzate da una festa lontana
Attimi di folle euforia
Insistenti domande senza risposta
Comparse allineate sulla scena
Vestite degli stracci variopinti
Del mondo
Dopo la tempesta del giudizio
Restava solo sulle gradinate il silenzio solenne
Uniforme
Di qualche vago rumore di fondo
A ricordare
Quello sprazzo di speranza
Abbozzato per incanto dall’arco dell’iride nel cielo
E quella flebile luce
In fondo alla radura
Che ancora
Ostinata
Illuminava il sentiero del monte